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INAUGURATA LA MOSTRA SUL CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Comunicato Stampa n. 163 del 10 marzo 2015
Straordinaria affluenza di pubblico presso la Biblioteca Provinciale “Antonio Mellusi” al Corso Garibaldi di Benevento per la inaugurazione della Mostra dal titolo: “La Grande Tragedia. Piccola storia sannita per immagini e reperti della Guerra 1915-1918” a cura di Angelo Fuschetto.
Sono state soprattutto le Scuole a rispondere all'invito: del resto, il materiale in Mostra, la grande parte inedito e tutto di proprietà del curatore, raccolto in anni di lavoro e consistente in foto, cartoline d'epoca, ritagli di giornale, manifesti, cimeli, è di grandissimo interesse e di indubbio valore storico.
Un Convegno, svoltosi nella stessa Biblioteca, ha illustrato non solo i contenuti della Mostra ma anche, in occasione del Centenario dell'entrata del nostro Paese nella Prima Guerra Mondiale, il significato di quell'immane conflitto costato la vita a non meno di 800 connazionali.
Al Convegno hanno preso parte: il Presidente della Provincia di Benevento Claudio Ricci, che ha fortemente voluto la Mostra, i giornalisti Mario Pedicini e Giuseppe De Lorenzo, il docente universitario Luigi Parente.
Il Presidente Ricci, che ha voluto in particolare il coinvolgimento delle Scuole nella Mostra, ha sottolineato l'importanza del ricordo. “Una comunità che non ha memoria storica, difficilmente potrà avere un futuro dinanzi a sé. Noi abbiamo il dovere di ricordare quanti, un secolo fa, hanno sacrificato la loro vita per fare l'Italia. In centinaia di migliaia partirono per il fronte; molti erano giovanissimi; a decine di migliaia non tornarono a casa dopo aver patito sofferenze assolutamente indescrivibili ed inimmaginabili. Ma in quelle trincee, insieme al sangue, spuntò anche un fiore: appunto l'Italia. È importante ricordare quei giovani, quegli uomini che si sacrificarono per noi. Se quella tragedia la dimenticassimo, decreteremmo, nei loro confronti, una seconda morte: la morte più brutta, l'oblio. Al professor Fuschetto va dato merito di questa sua passione per la raccolta di documenti e testimonianze, perché da quello che vedo e da quello che già conoscevo, la sua è una collezione che, per l'importanza, travalica i confini anche della nostra provincia. È davvero qualcosa di unico e di significativo: le foto, le lettere, le tante testimonianze qui esposte, meriterebbero vetrine ancora più importanti di questa. Io spero che sia soprattutto i ragazzi a visitarla e rivolgo un appello ai docenti affinché portino qui i loro allievi”.
Mario Pedicini ha inquadrato la “Grande Guerra” nell'ambito delle vicende post-risorgimentali mettendo in risalto le peculiarità della nostra storia che poi confluì nel gigantesco incendio europeo. “Quello relativo alla Prima Guerra Mondiale è sì un periodo drammatico e tragico, ma è anche fecondo di elementi positivi. Perché in quel clima, in quel contesto, vengono al pettine i nodi ancora irrisolti dell'Unità d'Italia. La riunificazione territoriale dell'Italia era infatti avvenuta con il contrasto con della Chiesa e dei cattolici. La mia tesi, quindi, è che con la Prima Guerra Mondiale nascono gli elementi per la fondazione di un vero sentimento nazionale. I soldati nelle trincee (ragazzi che venivano da tutte le parti d'Italia e che non si capivano perché parlavano solo i loro dialetti, ma non la lingua italiana) si ritrovano uniti nella sofferenza e capiscono di far parte di una Nazione. Il Regno d'Italia, dopo la chiamata alle armi, diventa riconoscente rispetto al sacrificio dei Combattenti e dei Caduti: in ogni comune italiano c'è un Monumento che elenca quanti persero la vita. Tutti i soldati morti in guerra sono stati ricordati coi loro nomi nei loro centri di origine e nel modo più solenne. Ecco, tutto questo “movimento psicologico”, di conoscenza reciproca, ha portato al primo mattone di una vera Unità italiana: il primo nucleo del sentimento nazionale. In questo contesto, la Mostra proposta dalla Provincia costituisce un momento importante di approfondimento. Angelo Fuschetto è una personalità straordinaria, incontenibile, perché vuole fare e supera tutti gli ostacoli; ma soprattutto perché ha collezionato a casa sua, a spese sue, una mole enorme di documenti che sono interessantissimi: documenti originali, documenti che sembrano piccole cose ma che in realtà sono essenziali per capire i grandi eventi. Merita tutto il nostro affetto ed apprezzamento”.
La relazione di De Lorenzo si è svolta tutta sul versante dell'analisi delle implicazioni psicologiche e psichiatriche per ogni combattente dell'immane conflitto. Ai nostri giorni sono diventati nozione comune, anche grazie alle produzioni filmiche e televisive, i traumi di natura psichica che si innescano nel corso delle guerre; ma cento anni or sono l'argomento era tabù. I combattenti traumatizzati nell'animo e non nel corpo non venivano affatto creduti, spesso nemmeno dai loro familiari; su di essi invece incombeva immediata l'accusa di alto tradimento e di diserzione che si traduceva nelle sentenze di morte da parte delle Corti Marziali. Eppure, ha ricordato De Lorenzo, quei soldati che andavano al fronte della Grande Guerra, spesso non conoscevano altro che il solo Comune di nascita, non erano mai stati sulle Alpi e si trovavano forzatamente a convivere con altre persone di cui non capivano affatto l'idioma pur essendo soldati dello stesso Regno d'Italia. “La ribellione ad uno stato di cose tanto angoscioso e traumatizzante – ha spiegato De Lorenzo - si traduceva in una fuga simulata, cioè nella malattia psichica, come il delirio di persecuzione. Fu allora che nacquero gli “scemi di guerra”, cioè combattenti non più in grado intendere e di volere, spesso nemmeno capaci di muoversi, uomini ridotti a larve. Quella terribile esperienza avviò, però - ha aggiunto De Lorenzo -, una serie di studi scientifici tesi a capire ed approfondire la problematica e sollevare quegli stessi uomini da accuse infamanti. Restano un apporto fondamentale per la comprensione dell'evoluzione degli studi psichiatrici - ha concluso De Lorenzo - l'esame delle cartelle cliniche e di altro materiale dell'epoca”.
Ha quindi preso la parola Luigi Parente. “La Prima Guerra Mondiale rimane il primo appuntamento dell'età degli estremi, il '900. Ma doveva venire ancora peggio, purtroppo, con l'arrivo della Bomba Atomica nella Seconda Guerra Mondiale. L'importanza di ricordare momenti così drammatici è essenziale purché si possa mettere a fuoco un'analisi corretta, approfondita, del punto da cui tutti noi siamo partiti e di quello dove noi siamo arrivati. E si tratta di un percorso che è stato veramente molto sofferto. L'Italia ha creato dopo il primo conflitto mondiale una piattaforma nazional-popolare, perché da allora in poi, i contadini, i fantaccini che hanno fatto la prima guerra mondiale, sono entrati, loro malgrado, come protagonisti nella storia del nostro paese ed hanno contribuito con il dolore e con il sangue a costruirla. La Prima Guerra Mondiale del resto ha assunto un ruolo centrale nella storia contemporanea perché ha segnato la fine dell'Europa quale centro del mondo, con la dissoluzione di ben 4 Imperi ed il declino della stessa Gran Bretagna. Per il nostro Paese entrato in guerra benché la gran parte della popolazione fosse non interventista, ha prodotto profonde trasformazioni evidenziando in particolare il ruolo che aveva ormai assunto l'industria. Ma le grandi ferite del conflitto restarono tutte aperte: il nuovo Comandante supremo Diaz diede ai contadini che andavano a combattere al fronte la speranza che il loro sacrificio sarebbe stato ricompensato con il dono della terra; ma alla fine del conflitto quella promessa non fu mantenuta. La storia del nostro Paese – ha continuato Parente - è fatta di tante piccole storie locali: merito del professore Fuschetto è di aver raccolto, studiato e divulgato il contenuto di tutte queste testimonianze, come archivista pieno e al tempo stesso storico dei suoi stessi documenti. Grazie davvero a personaggi come questi: è un intellettuale che fa molto onore alla sua provincia e dovrebbe, la stessa Provincia, averne riconoscenza più completa e piena. Io spero che possa continuare a fare il lavoro che ha fatto finora davvero in solitaria, allargarlo anche un po' intorno a sé. Mi rendo conto che è difficile, perché lavorare sulla ricerca storica richiede tempo, impegno e anche disponibilità finanziaria, lo può fare solo chi ha già un lavoro come quello di educatore che ha caratterizzato la sua biografia”.
La mostra è aperta al pubblico fino al 19 marzo con ingresso libero.

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